Il nuovo regno degli uomini è il Regno di Dio.

A cosa possiamo paragonare il Regno di Dio?

Gesù amava parlare in parabole per molti motivi. Sicuramente non ci sfugge il fatto che, noi per primi, per parlare delle cose divine, abbiamo la necessità di usare forme comparative che ci aiutino a comprendere qualcosa che è semplice, ma infinitamente “altro”. È altrettanto vero che, in queste similitudini, ‘i piccoli’ come noi, hanno più facile accesso e la voce di Gesù è come se si adattasse alle nostre orecchie.

In questa domenica (Mc 4,26-34) si ripropone il tema di una nuova visione del Regno, quello di Dio. La domanda ci appare semplice ma possiamo immaginare che nasca dalla difficoltà di descrivere direttamente questo Regno che, ovviamente, si differenzia da quello degli uomini. Marco ha appena parlato della Parola di Dio come un seme (la parabola del seminatore) facendo seguire altri ‘come se’ sul Regno: è come il tempo della mietitura, della raccolta; è il tempo della gioia. Poi Gesù ci presenta un seme particolare per spiegarcene alcune caratteristiche.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri”: colmare la distanza

Gli uditori del tempo, come quelli di oggi, pensano al regno come qualcosa che rientra nelle idee degli uomini tranquillamente: non c’è bisogno di metafore. Il Re è qualcuno di cui ho esperienza, ha la corona il trono, ha dei poteri.

Ma per il Regno di Dio non è così; ci è chiara l’esperienza di ciò che intendiamo come regno degli uomini, ma non bastano le parole e le idee per parlare di quello che Gesù ha rivelato: Dio ha una visione precisa di quello che  per Lui può e deve essere il nuovo regno degli uomini e ce lo rivela attraverso la concretezza di quello che il Cristo fa e dice.

Il seme della Parola produce GIOIA

La prima considerazione di fondo che facciamo è che questo regno è in stretta connessione con la Parola. La parola seminata e raccolta, nel Regno, porta gioia. Infatti, come ogni raccolto oggi e molto più ieri, riuniva le comunità contadine in momento di festa, vertice di tutto un anno di attese e fatiche, così anche la Parola che produce frutto, esprime (ex-premere = preme fuori) la gioia dell’umanità.

E’ un Regno in cui ci si sente a CASA

La seconda, parte dall’immagine del Regno di Dio come un seme della senape. Fra tutti gli ortaggi è il seme più piccolo, minuscolo; ma è anche quello che cresciuto, nell’orto, giganteggia fra gli altri, tanto da ospitare alla sua ombra gli uccelli del cielo. Si badi bene però, anche gli uccelli sono quelli  piccoli, di nessun conto o valore per uno che voglia cacciare trofei alati.

Allora e oggi (anche se un po’ meno) l’orto è un fatto domestico, un fatto in casa… il Regno di Dio è familiare, fa famiglia, si realizza nel piccolo e produce cose grandi; tanto grandi da ospitare chi è più in difficoltà, nella semplice condivisione di ciò che si ha. Diventa così il giardino per tutta per la famiglia umana.

Il Gusto vero della vita

Il seme della senape è antico ed è particolare. Il suo sapore si fa sentire davvero nelle pietanze in cui viene usato. Il Regno di Dio dà sapore alle nostre giornate, non è addivenire, è qui (v. Mc 1,25). La Parola accolta ti rende accogliente e realizza il Regno, proprio come fa il seme della senape, il più piccolo e apparentemente il più insignificante seme dell’orto, diventa casa, ombra rinfrancante per tanti piccoli, come ciascuno di noi davanti a Dio.

Nel Regno di Dio c’è posto per tutti, trasforma e vivifica tutti i regni degli uomini che accolgono la Parola, la Buona novella, da quelli più personali fino a quelli più potenti.

E quindi ora possiamo rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio: “A cosa possiamo paragonare il Regno di Dio? “

Alla gioia dei fratelli e delle sorelle di tutta la terra che ascoltano la Buona novella, la mettono in pratica e creano una nuova umanità.

Anna Maria e Francesco

Corpus Domini: il corpo del Signore

Il Mistero

Cogliamo l’occasione di questa festa per fare un po’ di amicizia con questo che, tutto sommato e per molti versi, rimane un mistero. Possiamo dunque fare delle considerazioni in maniera umile, davanti alla complessa presenza di Dio nel mondo: è fuor di dubbio e nella natura delle cose che fra l’essere umano e la divinità si conservi uno spazio impenetrabile. Proviamo così a leggere il mistero del ‘Corpo del Signore’ analogamente al fenomeno della diffrazione, sapendo che rimane una differenza davanti alla quale non c’è che da rimanere in silenzio.

La relazione con Lui

Ciò che non si cela per noi cristiani del ‘corpo del Signore,’ si basa su quanto rivelato:  per noi il principio è un incontro, così come proposto continuamente nei vangeli, dove è chiara una relazione personale, vera, tra il Risorto e ciascuno degli interpreti narrati. Essi sono il nostro essere qui ed ora oggi: ci manifestiamo in questo tempo e in questo nostro corpo e, mediante lo Spirito (infatti ‘il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo, 1Cor 6, 19), veniamo condotti e invitati a pienezza fino a dire con Paolo ‘non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20).

La Comunità come corpo

Tutti i battezzati sono poi in un ‘corpo del Signore’ Ecclesiale, cioè il corpo si rappresenta in una dimensione comunitaria e, infatti, ‘dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro’ dice Gesù nel vangelo di Matteo (18, 20).

La Chiesa fa l’Eucarestia. La presenza di Cristo diviene così reale nella comunità, mediante i segni del pane e del vino, il ‘corpo del Signore’ Sacramentale che ci permette di alimentarci del suo Amore. Noi lo crediamo vivo e vero nelle specie più povere e anche più alla nostra portata (come appunto il pane e il vino) per divenire noi stessi pane d’amore per il mondo, allo stesso modo di Cristo.

Nel corpo dei fratelli, dissetandoli, accogliendoli, trovate me

Vi è poi infatti, un ‘corpo del Signore’ più diffuso: ‘tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’. È sempre Gesù che parla in prima persona nel vangelo di Matteo (25, 40) e che ci invita a prenderci cura dei più piccoli della terra, dell’umanità più marginale, come se fossero lui stesso anzi, non come se, ma sono lui. Per lui apriamo il nostro cuore e le nostre vite a chi è in difficoltà e lì, incontriamo anche noi stessi nel meraviglioso mistero del Corpo di Cristo, riconoscendo le direzioni verticali (tra terra e cielo) e orizzontali (per l’umanità e il creato) del nostro esserci. Siamo essere personali e comunitari e, nel Risorto, lo saremo in pienezza.

In questa esperienza, la prospettiva escatologica che ci attende è quella di un corpo capace di guardare ‘Dio tutto in tutti’ (cfr 1Cor 15, 28) in un ‘corpo’ che possiamo immaginare, forse, solo un pochino.

Non tutto si può comprendere, ma si può già pienamente gioire

Godiamoci ciò che ci è stato rivelato: impariamo ad amare noi stessi, a vivere come fratelli nelle nostre comunità, a nutrirci dei sacramenti facendo eucarestia e servendo i più piccoli.

Qui c’è Dio, qui c’è il Corpus Domini.

Anna Maria e Francesco

Non è un fantasma.

Leggendo le letture di questa domenica, ci facciamo condurre da tre spunti che ci portano ad  un incontro con Dio molto poco virtuale: sarà anzi molto vero e concreto.

L’ignoranza ci fa vedere il Risorto come un bravo legislatore e fondatore di una religione, un abile mago o come un grande liturgista e così via.  Egli è invece l’autore della vita, il Giusto, il Santo, il Servo di Dio (cf At 3,13-15). L’ignoranza, travestita da capi di potere, da abitudini senza significato, comodità e convinzioni limitanti varie, è l’oblio della fede, è il regno della creduloneria e spegne la vita. Ma Dio attraversa sempre anche ciò che l’uomo spegne, lasciando tracce di guarigione luminosa per tutti coloro che si riconoscono infermi (come lo storpio dell’episodio che precede il brano che leggiamo oggi, At 3,1-10). L’infermità riconosciuta è conforme alle mani e al costato ferito. Pietro chiede di avere fede nelle opere di Dio e non in quella degli uomini. E come possiamo dimostrare la fede nelle opere del Padre?

La pratica della fede è l’amore.

Riconoscere la propria fragilità ci permette di avere in Gesù il Consolatore come dono del Padre. Chi supera l’ignoranza dimostra di conoscere davvero il Padre, osservando il precetto dell’amore di cui Giovanni parla nel suo vangelo e nel brano della lettera odierna (v. 1Gv 2,3-5). Compiere atti d’amore verso se stessi e gli altri, non ci affranca dalla nostra fragilità, ma ci rende più veri davanti a Dio. L’esecuzione di compiti senza un coinvolgimento affettivo è anche più semplice, ma ci allontana dall’amore di Dio che è perfetto (1Gv 2,5) ed è quello a cui siamo chiamati.

L’esempio è proprio quello di Gesù, che si è dato fino in fondo per illuminare ogni uomo (Gv 1,9).

Per non credere in un fantasma.

Per non credere in un fantasma sediamo a mensa con Lui (Lc 24,35-48), con il Risorto, e con i portatori di piaghe. Sì, noi fragili per primi abbiamo bisogno di sfatare quel mito che ci fa apparire sazi, magari credenti per sentito dire (v. 35) e non per esperienza personale. Non un fantasma (v. 37), ma nella carne e nelle ossa dei poveri ‘che abbiamo sempre con noi’ (v. Gv 12,1-11).  Quello che viene indicato lo “stesso giorno” è   il tempo migliore: quello del grande incontro e della nuova creazione, quello dell’amore misericordioso, quello della pace, quello della nuova relazione con Dio e fra gli uomini.

Facciamoci aprire la mente alle intelligenze delle Scritture, apriamo il cuore a ciò che il Cristo ci dona e diamone testimonianza secondo il carisma personale di ciascuno. Superiamo l’ignoranza con l’esperienza personale dell’amore ricevuto e dato e non ci troveremo più difronte nessun fantasma di Dio, ma un Compagno fedele e concreto che conosce tutte le condizioni della nostra vita e le risolve.

Anna Maria e Francesco

La Pace è il segno dell’Amore che è in te

Il primo giorno dopo il sabato, quello della resurrezione, quello della nuova creazione, quello della vita nuova, oltre le porte chiuse, Gesù stette con loro. Rimase con i discepoli impauriti ancora dai Giudei e, nonostante l’annuncio della resurrezione, si sentivano ancora sopraffatti dal mondo intorno a loro.

Pace a voi, disse Gesù.

Fino a quando c’è bisogno delle ferite per risvegliarci?

E’ necessario far vedere loro le ferite (e a Tommaso chiede anche di toccarle) perché loro possano gioire. Hanno ancora bisogno in qualche modo di un corpo per poter credere in lui. E’ un’infinita incarnazione per tutti i credenti perché non possiamo pensare la vita, le parole e le opere di Gesù, come una mera ideologia. Il suo essere nella carne, lo collega a quella dei poveri del mondo: ecco perché ci sono ancora le ferite in un corpo (che noi chiamiamo glorioso) che riesce a passare per porte e pareti.

Ora, finalmente, i discepoli gioiscono nel vedere il Signore che ripete: Pace a voi.

parole di pace

Un nuovo sguardo e un nuovo stato del cuore

Ansie e paure non gli avevano permesso di ricevere la ‘prima’ pace. Hanno avuto bisogno ‘di vedere’ oltre per accogliere la pace offerta dal Risorto. State in pace e portatela al mondo come un per-dono, un dono per tutti, un dono perfetto. La pace per voi è uno stato interiore grazie alla Sua presenza nuova, quella che riconcilia gli uomini e il mondo ricapitolando tutte le cose in Lui (v. anche Ef 1). Ecco, adesso è il momento di condividerla con chi incontrate. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8). Il mondo cerca la pace e io la offro non solo come assenza di guerra, ma come qualcosa di più (Gv 14,27).

Questo ‘di più’, è quella pace che a volte ci sfugge proprio mentre siamo affaccendati nelle vicissitudini quotidiane, nelle storie delle nostre relazioni, in quelle pause che meglio potrebbero offrici e dare per-dono.

Per-Dono = Dono Perfetto

Perdonarci i sensi di colpa, ad esempio, o perdonare le dimenticanze altrui, è un ottimo inizio. E quando avviene, non siamo forse in pace? Non sentiamo nel nostro corpo una speciale armonia con il nostro cuore e la nostra anima: tutto suona all’altezza giusta della medesima nota.

Di più’ è quel dono gratuito, senza un perché apparente, che ci arriva quando ci facciamo raggiungere dal respiro di Cristo, il suo soffio. Fare all’unisono, almeno un respiro al giorno con lui, specialmente nei momenti più difficili, per ricordarci che Lui è con noi sempre.

Lo Spirito ci guiderà. Noi siamo il suo tempio (1Cor 6,19), quello della nuova creazione, quello ‘ri-fatto’ proprio grazie alla Pasqua di Cristo.

Pace a voi. La pace è in voi.

Anna Maria e Francesco

L’ALTERNATIVA TRA IL RIMANERE SOLI E IL PORTARE MOLTO FRUTTO

La morte non è eliminabile, ma può non essere la fine

“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,24)”.

Il chicco di grano forse oggi può dire molto poco. Ma proviamo a contestualizzare la metafora in una cultura un po’ più contadina della nostra, ove il valore del chicco veniva colto più facilmente. Il chicco è un frutto del passato, della mietitura scorsa e, quello che verrà seminato, è stato scelto tra gli altri che hanno già raggiunto il loro scopo. Per lui invece, il contadino ha scelto un’altra vita. Caduto in terra, la semina deve avvenire per giusta profondità, né troppo in alto, né troppo in basso; ma nemmeno troppo isolato o intasato fra altri. La semina non è un atto scontato (v. anche la parabola del Seminatore) e può avere successo oppure no e richiede tanto discernimento.

E’ dentro che si rinasce

Il processo di trasformazione avviene nell’alveo del terreno preposto per ciascun seme. I cristiani spesso hanno visto in questa nuova creazione del seme, la prefigurazione della resurrezione dei credenti, come quella di Cristo: le viscere della terra come il luogo nascosto ai più, ma visibile, a chi se ne intende, del mistero della vita nuova.

Della vita del passato, ci sono molte cose che hanno già dato ed hanno raggiunto il loro scopo: alcune non hanno più alcuna funzione e se vivono, vivono in noi come delusioni o recriminazioni oppure come ricordi (da tenere nel cuore). Altre cose del passato,  le utilizziamo come esperienza per migliorare il nostro presente. Ma per il futuro dobbiamo investire in speranza, selezionando i giusti semi che è inutile tenere per noi. Solo se dati (‘morti a noi’), producono frutto, molto frutto. Chi tiene per sé ciò che a sua volta ha ricevuto, lo perderà.

Gesù è in alto perché salva dal basso

Gesù, giudicato dagli uomini inadatto alla verità della vita, è stato innalzato per essere visto morente da tutti: ha assunto la morte dell’umanità indicando la via della vita, a partire dalla profondità del dolore umano, producendo frutti che vediamo da millenni e che sperimentiamo nelle nostre esistenze. Ha superato la condanna dei sacerdoti del tempo, diventando segno e paradigma della misericordia di Dio, il vivente per sempre.

Non resta che trovare le sue tracce e affondarci il piede, procedendo un passo alla volta

Sul suo esempio, ringraziamo il Padre di quanto di buono abbiamo ricevuto e riceviamo, seminiamo quel bene che in abbondanza è già in nostro possesso per i raccolti precedenti. Lo facciamo nei modi che sono possibili oggi, a distanza e con le mascherine. Seminiamo bontà: donare e donarsi è un po’ morire, ma è ciò che dà vita e produce comunità come un bene maggiore per tutti.

Preghiera

Cristo Gesù, non vogliamo solo vederti innalzato, vogliamo seguirti, nelle profondità del mondo, di questo mondo di oggi, pieno di attese e di furbetti, di speranze e di impazienze, di cuori generosi ma anche di tanti solchi segnati dalle sofferenze della vita che attendono il tuo seme e, forse, potrei essere proprio io il tuo seme per loro.

Anna Maria e Francesco

RICREARE SPAZI SACRI

Il brano di questa terza domenica di quaresima, preso dal vangelo di Giovanni (2,13-25), narra del famoso episodio in cui Gesù scaccia i mercanti dal Tempio. E’ il momento in cui la modalità di Gesù ci sorprende per la decisa scelta di campo: il Tempio è stato invaso. C’è uno spazio da ricreare, in cui vivere la presenza di Dio ad un livello ancora più profondo e sorprendente.

L’evangelista lo pone tra l’episodio delle nozze di Cana e quello di Nicodemo e della sua rinascita necessaria. Perché? E perché la liturgia ci propone questo episodio dopo averci fatto contemplare la Trasfigurazione?

L’umanità è in cammino verso il suo essere nuova: il rapporto con le cose e gli avvenimenti del mondo, il modo di intendere le relazioni umane, la nuova essenza della relazione con Dio, attraverso la predicazione di Gesù del Regno che viene, ci dona prospettive nuove, di rinascita appunto.

È la buona novella.

Con Gesù, il Tempio (e soprattutto quel tempio divenuto mercato!) diventa un segno e un simbolo: “distruggetelo e io lo ricostruirò in tre giorni”. Lo dice di se stesso, della sua morte e della sua resurrezione, scrive Giovanni. Ma ci ricorda anche che noi stessi siamo tempio dello Spirito proprio per mezzo del mistero pasquale (1Cor 6,19-20).

Quali sono dunque i nostri mercanti?

Interiormente produciamo ‘transazioni’ dagli interessi molteplici e forse ne diventiamo sempre più dipendenti. I meccanismi sembrano proprio quelli del Tempio di Gerusalemme: compra-vendite per le offerte al tempio, dimenticando che Dio ci ha fatto ‘uscire dalla condizione servile’ (v. prima lettura della liturgia odierna Es 20,1) per allontanarci dalla condizione dello scambio.

Proprio come si dice per questi tempi che stiamo vivendo, forse è un’altra l’economia su cui basare i nostri sistemi di vita: dalle schiavitù alla libertà. Sì, perché Gesù ci ha liberati dal sistema del do ut des, aprendo definitivamente la via del dono, che è gratuito.

Ognuno può conoscere i propri banchi ben posizionati da tempo e i cambiavalute interiori in un tempio sì intimo, ma senza vitalità divina. C’è un prezzo che si paga nel non riconoscersi tempio dello Spirito. Ma c’è una novità: Gesù con la sua Pasqua ci dice che noi siamo il Tempio nuovo di Dio e la quaresima è il tempo in cui ci alleniamo a rinascere a vita nuova.

Lasciare entrare Gesù nel Tempio della nostra vita, significa lasciare a lui anche la briga di spazzare via gli usurpatori di un posto che spetta a Cristo soltanto. Ritagliamoci dunque tempi di preghiera, minuti di silenzio, semplici meditazioni, durante questi giorni; liberiamo lo spazio interiore dalle cose meno utili e accogliamo il Maestro buono, gratis.  E dal gratis arriveremo alla necessità di esprimere gratitudine piena e sincera, senza banchi e cambiavalute.

Anna Maria e Francesco

Verso l’alto monte.

Il vangelo di questa seconda domenica di quaresima ci porta su di un alto monte, in disparte, dove attraverso Gesù traspare la luce di Dio. Nel suo trasfigurarsi Gesù appare conversare con Elia e Mosè. Di contro, Pietro Giacomo e Giovanni rimangono silenti e impauriti. Possiamo immaginare come Pietro abbia detto di fare tre tende: forse tremante? O col desiderio di essere ospitale con queste figure celesti? O addirittura così felice ed infervorato da voler restare in quella condizione più tempo possibile?  … chissà … e noi cosa avremmo detto o cosa avremmo fatto?

Ma ancor prima, ci saremmo fatti portare su un alto monte?

L’alto monte e i crocifissi lungo la strada

La quaresima è anche un itinerario verso l’‘alto monte’, è un’esperienza di un cammino a tappe verso una visione luminosa del Cristo risorto. Troppo spesso ci fermiamo all’uomo inchiodato che vediamo benissimo, complici anche tutti i crocifissi che ci circondano. Forse ci siamo pure abituati a tutti i crocifissi del Covid, i numeri impietosi delle vittime quotidiane e dei loro familiari,  e sempre più spesso, purtroppo, rimangono sempre più cifre e noi, quasi necessariamente anestetizzati dal dolore dei loro vissuti per non rimanere impietriti nel nostro quotidiano.

In alto c’è più luce da far entrare dentro

Per questo, nella nostra quaresima, nei nostri giorni, è necessaria una sosta sull’alto monte fare un’esperienza della Luce di Dio, il Gesù trasfigurato che anticipa il volto del Cristo risorto. Farci portare sul monte è trovare un luogo adeguato e conversare noi stessi con Gesù, trasfigurando almeno per un istante la nostra quotidianità.

Ma attenzione: non è necessario mettere lì le nostre tende. Torniamo a valle perché è lì invece che ci si misura la nostra vita. Possiamo portare giù dal monte alto, l’esperienza senza parlarne perché essa ci invita sì a salirci sempre, ma con lo scopo di diventare sempre più trasparenti portatori della luce di Dio in mezzo ai fratelli, alle persone che avviciniamo in tutti i nostri ambienti.

Lo scopo della Luce e illuminare, riscaldare, creare nuova vita per tutti

Platone nel Mito della Caverna ci consegna un’immagine della nostra vita molto stimolante. Ci descrive uomini all’interno di una caverna, legati e obbligati a vedere ombre proiettate come su  uno schermo. Per essi quella è la vita. E se anche qualcuno cerca di far capire loro che c’è altro, perché uscendo con fatica da quell’ambiente, ha visto la luce del sole,  e per solidarietà é tornato a raccontarlo, viene addirittura malmenato perché ritenuto un imbroglione visionario. Sì, c’è anche questo rischio, ma l’esperienza della luce del sole è troppo forte per non essere condivisa.

Egli è luce ed è presente su ogni alto monte dove ci faremo condurre, come a dire: torna a te stesso e scopri che sei davvero a mia immagine. E così, ritorna dai fratelli e dillo anche a loro: sarà allora che scoprirai la forza della luce a valle, nel silenzio della tua stanza e nei vicoli bui del quotidiano. Nulla potrà spegnerla. Mai.

Anna Maria e Francesco

Siamo giunti alla Quaresima.

Un mini percorso da cogliere al volo.

Parafrasando don Tonino Bello, amato vescovo di Molfetta morto nel 1993, possiamo pensare di vivere il tempo di quaresima come un lungo percorso i cui segni sono raccolti tra la testa e i piedi. Si inizia con l’imposizione delle ceneri in questo mercoledì e si finisce il giovedì santo, con la lavanda dei piedi. Sembra un tragitto breve, mediamente meno di due metri – dice don Tonino -, ma bisogna attraversare un vero e proprio mondo convertendosi, cambiando vertice.

Si parte dal purificare la mente dai pensieri vacui, dribblando giri mentali, demolendo convinzioni e pregiudizi. La mente che mente non è solo un paradosso: è l’inganno reale cui ci sottoponiamo anche quando pensiamo che è vero solo quello che pensiamo noi, senza darci altre possibilità. Disilludere la mente nelle sue preposizioni stratificate non è semplice: sono così tante le precomprensioni che è necessario sempre più sovente sospendere i giudizi ed imparare a stare nelle vicende e le questioni che la vita ci pone, lontano da un mondo immaginativo e preconfezionato. Digiunare dal guardare al solito modo se stessi e la vita, astenersi dal parlare vuoto preferendo il silenzio pieno, è uno dei modi possibili da applicare in questo periodo per una quaresima diversa dal solito. La cenere è ovviamente un prodotto trasformato perché sappiamo che in realtà era altro prima che venisse bruciato e, come un monito, ci indica di cambiare modi di pensare e di imparare da Cristo che alla scuola del Padre misericordioso, ci testimonia l’avvento del Regno nuovo, la vita nostra trasformata ed elevata.

Nel rapido discendere dal capo ai piedi, incontriamo il cuore, da sempre sede simbolica di affetti e sentimenti. Emozioni più o meno belle ci pervadono ogni giorno e, come in ogni tempo, ancora di più in quaresima dobbiamo orientarle e portarle così a conversione, nel porto del vertice nuovo. Le emozioni a volte sembrano sopraffarci, portandoci lontano da ciò che vogliamo e desideriamo più profondamente. Altre volte sono invece il motore determinante per il nostro procedere. A volte ci prendono; altre volte siamo noi a comprenderle. È necessario anche qui un piccolo percorso interiore che richiede una certa disciplina, proprio per non essere come una banderuola al vento delle paure, delle preoccupazioni, delle rabbie e di ciò che accade nelle nostre giornate. In questo tragitto, può venirci in soccorso la preghiera, la cui dimensione è sempre stata un riferimento importante per l’umanità di tutte le latitudini: essa ci eleva dal quotidiano e ci porta per i sentieri delle alte vette dove soffia il vento migliore . La preghiera semplice, la semplice giaculatoria ad esempio, accanto a tutti gli appuntamenti più importanti che ciascuno si vorrà dare, è una via immediata e sobria che possiamo sempre portare con noi. Placa l’animo e rinsalda il cuore specialmente se diventa come un respiro.

Foto di BennoOosterom da Pixabay

Ed arriviamo così, infine, ai piedi. Segno del camminare dell’essere in movimento. Impolverati dalle strade di allora, gli evangelisti li hanno raccontati anche in altri episodi. Ma il divin Maestro ha voluto lasciare attraverso di essi ed un grembiule, accanto al segno, un gesto, narrato nel solo vangelo di Giovani. Un’azione scrupolosa, per tutti, nessuno escluso, necessaria per avere parte con lui, per partecipare con il Cristo alla costituzione del Regno nuovo. Questa nuova realtà passa per un’azione concreta, un’azione che ci mette in relazione: camminare con altri, servire gli altri. È la carità in tutte le forme possibili per se stessi e per gli altri. Posso infatti esercitare carità con me stesso se mi lascio il tempo per dare più valore a ciò che può significare il mio essere cristiano nei fatti. Ci sono sicuramente tanti modi per non restare lontano dagli altri con cui convivo o con cui lavoro o che incontro quotidianamente, anche filtrati dalla mascherine di questo periodo. È l’azione amorevole e sincera che sigilla le mie piccole conversioni di questo tempo e di tutti i giorni. Un passo breve che una mente e un cuore convertiti, dai vertici rinnovati dalle giuste priorità e motivazioni, misura il nostro camminare in questo tempo speciale.

Ecco dei modi per vivere intensamente la quaresima, ‘dalla testa ai piedi’. Certo, lo abbiamo fatto velocemente, ma se vuoi saperne di più, scrivimi.

I Magi.

La Stella, il Cammino, i Doni.

Si è molto discusso e si discute ancora sui Magi: erano tre, erano re, venivano dalla Persia… c’è chi ancora si chiede per quale motivo la comunità di Matteo abbia avuto la necessità di inserire questi personaggi nel Vangelo (Mt 2,1-12). Infatti, è l’unico vangelo che ne parla e in un modo che lascia davvero sorpresi per alcune dinamiche del loro viaggio e di come queste abbiano coinvolto ‘il re Erode e tutta Gerusalemme’, oltre le conseguenze del loro improvvido (?) fare che portò alla strage degli innocenti. In realtà essi erano dei cercatori e tutto il male venne fuori da una persona che rappresentava e rappresenta ancora chi di voglia di mettersi in cammino non aveva e non ne ha (andate, informatevi, trovate, poi venite e riferitemi). È un po’ come quelli che stazionano nel loro luogo di potere, in comfort zone, aspettando il lavoro degli altri per sentirsi confermati nelle proprie convinzioni e, spesso, per azioni maldestre.

Ma i Magi hanno visto sorgere la sua stella. Non una stella qualsiasi, nemmeno quella cometa (di cui non si dice nulla in realtà), ma la sua stella, la stella di colui che regna davvero. Forse di questo ‘davvero’ ha paura Erode: essere smascherato nella finzione del suo regnare, della sua presunta signoria. I Magi Sapienti cercano il Re, il Signore. Possiamo, con una certa poesia, pensare che siano degli scienziati sapienti, che sanno di non sapere. Dal suo nascere hanno visto la stella, il desiderio più recondito, che non ha scritto nulla in cielo se non una destinazione, quella propria e personale, secondo il loro spirito dei veri cercatori sapienti. La stella orienta, come il desiderio più vero, ti porta alla meta.

Alla meta non si arriva per caso. Se ci si distrae, piuttosto, la si perde di vista (e che gioia grandissima ritrovarla!) e bisogna rifare i calcoli, chiedere e chiedersi come fare per ritrovarla e, addirittura, anche il male in persona può dare degli indirizzi, anche se sempre solo la tua stella saprà dirti dove sei e dove devi andare. Camminare, essere in cammino, è condizione fondamentale per comprendere se stessi in divenire. L’errore dello stare fermi, della boria di sapere tutto, non ti fa trovare e, magari, ti fa solo lamentare della stagnazione personale e degli altri che non cambiano: sempre le solite cose. La via è vita. Percorrerla è vivificante.

Una direzione e un percorso, per? Portare un dono. Al di là della simbologia costruita in questi secoli sui singoli omaggi, può un viaggio così lungo e difficile per quel tempo, avere questo semplice scopo? Si erano già organizzati nella distribuzione dei doni? Avevano più doni personalmente e poi ognuno ha deciso quello su cui puntare per fare più bella figura? Ognuno ha portato il migliore, il dono più prezioso possibile in quel tempo, per quel momento, per la propria condizione personale, per il cammino fatto e per quello che doveva fare. Nella casa della santa Famiglia è stato deposto il segno di ciò che uno è: nello scrigno c’era il tesoro nascosto di ciascuno, offerto come culmine di un itinerario, ma non come il termine.

La Stella orienta il cambiamento del viaggio. L’offerta del dono non prevede nessun ricambio. Il dono è fine a se stesso e non gli ha impoveriti. Il dono ha creato uno spazio per accogliere il Cristo: di ritorno, per un’altra strada, continueranno a donare a tutti i ‘poveri cristi’ di questa nuova via.

Per i cristiani ortodossi è questo il loro Natale, come una nuova nascita, una nuova strada con le persone che si trovano ai margini di essa. Questo è quello che ha fatto Gesù nella sua vita: Testimoniare il Regno come una stella, i piedi nella polvere e le mani operose che donavano amore a chiunque incrociasse il suo sguardo.